9 giugno 2016

Fragole e cioccolato bianco: di come Ingrid arrivò, della fisica teorica e del maestro Miyazaki.



Quando aspettavo Ingrid, a un certo punto sopraggiunse l’insonnia. La sera crollavo come mio solito, ma poi, nel cuore della notte, spuntava impellente un pensiero che mi svegliava all’istante. Ogni volta diverso, ma sempre dallo stesso terreno. La fisica teorica.
Quel poco appreso in studi fatti per lo più di greco, letteratura e arte classica, quel poco che appresi riemerse, con chiarezza. Sembrava, in quel periodo, che l’unica cosa che mi importasse fosse il funzionamento del mondo e dell’universo e mi prese a leggere sui bosoni, il big bang, stringhe e superstringhe. La notte ripensavo a Bohr (ebbene sì…), all’amicizia con Einstein e ai duelli a colpi di rompicapo tra indeterminazione e relatività.
Mi teneva sveglia il gigantesco mistero dell’entropia, che dal calore rilasciato dal motore del frigo mi portava ai corpi caldi dell’universo e all’esigenza perfetta e speriamo irraggiungibile di equilibrio.
La materia dell’universo, col suo silenzio e le distanze, le stelle  e i pianeti e i sistemi, mi sembravano ciò che di più simile ci fosse a quello che avveniva proprio nel buio misterioso della mia pancia.
I libri di Margherita Hack mi fecero buona compagnia.
Ma in quella polvere di libri e di stelle a un certo punto qualcosa smise di funzionare e io mi ritrovai costretta a letto, questa volta col greco Markaris e il suo commissario Charitos*, ridotto pure lui un colabrodo.
Feci appena in tempo a riemergere da un Atene afosa quanto Roma e dai pomodori ripieni che la moglie Adriana preparava per rimettere in piedi il commissario, che fu la volta del letto della clinica, dove mi tennero a bada brave e premurose infermiere e dove nel frattempo assistetti a un numero infinito di travagli e nascite, non dormendo mai.
Cos’era accaduto?  
Dov’erano andate a finire quelle leggi brevi e rassicuranti che in poco contenevano tutto?
Non era così che doveva andare e intorno a me vedevo stanchezza e angoscia e amore tutti in egual misura a confondermi e sostenermi in alterni e interminabili attimi.
A un certo punto smisi di passare il tempo guardando fuori da un vetro e cominciai coi film di Miyazaki. L’incanto e la leggerezza delle sue animazioni riuscivano a trasportarmi al cuore della mia infanzia, quando tutto era possibile e la realtà conteneva la fantasia.
Era possibile, attraverso di lui, raggiungere persino l’aria che al mare, al tramonto, si fa un po’ densa e appannata e profuma di salsedine.
Fu così che a un certo punto decisero che Ingrid nascesse, alla sprovvista. Io avevo ancora la pazienza di aspettare e altri film da guardare, ma così fu deciso.
Venne al mondo l’ottavo giorno dell’ottavo mese, dove l’otto in fisica è il segno dell’infinito e per lei quest’infinito raddoppiò.
Non provai alcun dolore e i medici nel tirarla fuori se la cantavano allegramente. Quando la vidi, dissi: “E’ bellissima”. E mi addormentai.
Dormìi un giorno intero, finalmente.

Nel pensare a tutto ciò, più di tutto mi resta in mente il procedimento. Tutto mi è sembrato, nelle vicende della realtà come per le teorie e le immaginazioni, seguire un procedimento. Nuovo, giusto e sicuro.
Questa marmellata è rossa sgargiante e profuma come le crostatine del Mulino Bianco di quando ero piccola (quelle alla fragola che quando ero incinta ho tanto desiderato, scoprendo che non le fanno più).
Ha un procedimento che prevede l'attesa, è speciale, una strada insolita ma formidabile inventata dall’alsaziana Ferber e qui già sperimentata. In casa vi ritroverete appunto con quell’odore buono che vi farà ripensare alle scatoline di cartone che contenevano la sorpresa. 
A me più di tutto piacciono le manine dolci e un po’ appiccicose di Ingrid mentre cerca di mangiarla tutta mantenendo intatta la fetta biscottata.

P.S. Grazie a Tonino, per Markaris, per la fatica, la pazienza, l'amore e soprattutto per Ingrid.
Alle nostre famiglie, per tutto.
Grazie a Lola ed Elsa, per Miyazaki e l’amicizia.
E agli alberi di Villa Gordiani, fuori dal vetro.

*Petros Markaris, Si è suicidato il Che, Bombiani ed.
















ingredienti
1kg di fragole
300 g di zucchero 
1 limone
60 g di cioccolato bianco


I fase
Sera: lavare e asciugare le fragole con un panno. Tagliarle in pezzi e metterle in una ciotola con zucchero e limone. Riporre in frigo.


II fase
Mattino: mentre vi preparate la colazione, versate anche le fragole in una pentola e fatele bollire per 4/5 minuti. Lasciatele raffreddare e riponete di nuovo in frigo.


III fase
Sera: mentre preparate la cena e magari cambiate pure ripetutamente canale da Rai Yoyo a Cartoonito su richiesta insistente di vostro/a figlio/a, mettete le fragole in uno scolapasta con la pentola sotto. Il succo raccolto fatelo bollire per dieci minuti, poi versarvi le fragole e fate bollire un'altra decina di minuti. Spegnere. Aggiungere il cioccolato bianco fatto a pezzetti e sottratto a manine golose e versare in barattoli sterili. Fatto.

25 maggio 2016

Quando i Signori C. ci dissero di salire. Palermo, la Vucciria e le zucche di strada.



Saranno passati circa quindici anni dai giorni trascorsi in quella grande casa dietro ai Quattro Canti.

Bastava proseguire poco oltre e ti ritrovavi davanti alla cattedrale, che ogni volta, in quei giorni afosi, mi sembrava mescolarsi all’aria, così simile ai castelli costruiti in spiaggia lasciando gocciolare la sabbia bagnata dalle dita.

Era settembre e Palermo aveva ripreso vita dopo un po’ di quiete per le ferie di agosto.

L’appartamento si trovava all’interno di un palazzo storico, dove ampi balconi si affacciavano all’interno della corte rendendo familiari tutti i vicini. Ci stavamo io e il mio ragazzo di allora, in vacanza. I due fratelli padroni di casa, una coppia di studenti di Berlino, due ragazze dell’est, anche loro studentesse, e una siciliana fuggita da un piccolo paesino dell’entroterra e rifugiatasi lì, in una piccola stanzetta.

Ogni giorno un viavai fluido e pacifico di amici che portavano da mangiare, buon vino, chiacchiere e nuove scoperte: chimici, architetti, ballerine, medici, un cuoco che ci ha sfamato tutti per giorni, studenti, stranieri di passaggio, stranieri trapiantati, palermitani espatriati e di ritorno.

“Ma lo sapete chi ci abita qui su?”. Ci fa un giorno il cuoco. “I Signori C., lui è siciliano e lei è romana. Lei avrà circa sessant’anni, lui più di ottanta e si sono innamorati qualche anno fa… Stanno proprio qui sopra di noi, vedrete che presto v’invitano.”

... 


“Ma ancora non li avete visti?”

... 


“L’avete sentita cantare, almeno? Lei alla sua età ha la passione per la birra: beve e canta stornelli a squarciagola!”



Fu in un giorno di pioggia che avvenne. Eravamo tutti in cucina e, finito di piovere, qualcuno si accorse che fuori c’era l’arcobaleno. Uscimmo in balcone e la Signora C., affacciata sopra di noi, gridò: ”Romani! Romani! E lo sapevo che prima o poi v’avrei trovato! Venite, venite subito su chè v’aspettiamo!” E intonò uno stornello...

Non lo sapevamo ancora che ci aspettava e come mai, in quei giorni, tutti ci avessero in qualche modo avvisato.

Lei era piccola, coi capelli corti e grigi. Lui alto, magro e flemmatico. Lei parlava veloce con voce roca e rotta da risate, lui un nobile con le vocali lunghe e quasi sussurrate. Ci fecero entrare in un luogo, la loro casa, che forse solo Federico Fellini avrebbe potuto allestire con un gusto altrettanto onirico. 
Un salone enorme, con diversi divani damascati e poltrone e tappeti, vetrine di oggetti, lampadari come a dover illuminare serate di balli in maschera. Su una credenza, cornici con foto e anche sul muro, foto con ritratti vecchissimi e qualcosa scritto a penna. Lui ne prese un paio e ce le avvicinò, per farci scorgere con meraviglia che di Verdi e di Wagner si trattava, che suo nonno aveva ammirato e conosciuto e a cui era riuscito a strappare una foto con dedica, cent’anni prima, come ogni ammiratore che si rispetti.

E tra le chiacchiere vocianti e le risate della moglie continuavamo a guardarci intorno, a scoprire giradischi, vecchie radio, un grammofono, ritratti alle pareti e libri, tantissimi libri appoggiati ovunque. E, come in ogni antica casa che si rispetti (per me ulteriore sorprendente scoperta in mezzo a tanto), ogni stanza conduceva ad un’altra senza soluzione di continuità. E così dal salone si entrava direttamente in una cucina bianca col tavolo e i piani di marmo e da questa in camera da letto, col baldacchino, le pareti di stoffa, la cipria e i profumi sulla toeletta in un clima di fascinazione dannunziana. E con le porte aperte, da lì con gli occhi abbracciavi tutto il resto manco ci servisse altro ad aumentare lo stupore.

Dalla camera uscimmo su uno dei terrazzi, con lui che ci parlava della Palermo che si affacciava da lì, indicando i punti in lontananza, con gli occhiali calati sul naso. E finì ai ricordi e agli antenati, poiché il suo nonno di prima fu un garibaldino, sbarcato in Sicilia coi Mille e divenuto il primo sindaco della storia di Calatafimi.

“E sapete una cosa? La casa continua: c’è un’altra porzione al di là del terrazzo. Ma ... ma non penserete mica che io sia ricco, vero?” E mentre ci conduceva oltre, venimmo a scoprire che a causa dei bombardamenti su Palermo durante la guerra, molti fuggirono via, abbandonando, spesso per sempre, le proprie abitazioni. Alcuni dei proprietari non tornarono mai più nelle loro case, perché la guerra se li era portati via o perché semplicemente erano emigrati.

Fu così che lui, essendosi innamorato di quella casa e desiderando acquistarla, si mise alla ricerca dei vecchi proprietari o, quanto meno, dei discendenti. Tra le scartoffie comunali e le ricerche personali riuscì a trovare i nipoti, che oramai vivevano in Svizzera e non gli chiesero nulla.

Fu così che tutto fu suo per pochi soldi, versati come tassa che il Comune richiedeva in quelle situazioni. 


Nel frattempo la moglie cantava in cucina.


Ci salutammo e lui ci porse delicatamente il suo biglietto da visita, che a distanza di tanti anni ancora conservo e che mi riporta ogni volta a quelle mani magre e dinoccolate, al suo sguardo pensoso e distaccato.


S’era arrivati al tramonto. Scendemmo e restammo in casa, ad aspettare un nuovo ospite e una nuova storia come ogni sera.


Se c’è una ricetta per Palermo, per questa città che rividi ancora alcuni anni fa con immutato amore, per queste persone che riempiono i miei ricordi, non lo so. Sicuramente non una sola, come del resto non è solo questa la storia che vi vorrei raccontare. Di questa casa e del cuoco avevo parlato già tempo fa, preparando la ricetta delle milinciani a' la parmiciana che mi fu data proprio da lui con tanto di riferimenti storici.

Siccome uscendo da lì e girando al primo vicolo sulla sinistra si scende alla Vuccirìa, allora sappiate che proprio là troverete ancora chi vende la zucca fritta in agrodolce e che proprio là ci andavamo a sfamare quando il cuoco era impegnato coi turni del nuovo lavoro di telefonista al call center. I palermitani la chiamano “u ficatu ri setti cannola” (il fegato dei sette rubinetti), perché viene venduta dagli ambulanti accanto alla fontana del Garraffello, in una piazza del mercato, che ha appunto sette cannule, sette rubinetti. Inoltre il nome fa riferimento al fatto che era un cibo povero, che comprava chi, non potendosi permettere il fegato, si accontentava di una sua versione umile.
E questo, per ora, su Palermo è tutto.




ingredienti
500 grammi di zucca rossa
olio extravergine d’oliva
1 spicchio d’aglio
¼ di bicchiere di aceto
un cucchiaio di zucchero
sale

foglioline di menta 


Mondare la zucca e tagliarla a fette sottili oppure julienne(io la preferisco così). Passarla nell'olio caldo e, una volta cotta, metterla da parte in un piatto. Aggiungere nell'olio usato per la fritura uno spicchio d'aglio (intero o a pezzetti, secondo il gusto), lasciare scaldare e aggiungere di nuovo la zucca. Versarvi l'aceto in cui avrete sciolto lo zucchero e far sfumare a fiamma vivace.
Adagiare infine su un piatto da portata e aggiungere qualche fogliolina di menta. 
Si può conservare in frigo per un paio di giorni.

17 maggio 2016

Irma, le acciughine e la terribile arte del motore a pedale.

C’è una scalinata ripida che finisce con una porta finta. Quella vera è sul lato della scala, ti appare nel bel mezzo del nulla e bisogna fare attenzione quando si apre.

Entrare è come varcare un piccolo confine col reale. Tutto quello che sembra non è.

Le pareti, in parte circolari, sono coperte da mobili pieni di libri e vecchi ricordi. Da qui parte una scala che porta a un altro piano.

Al centro della stanza un tavolo, tondo, col centrino in mezzo e intorno le sedie rivestite di velluto. Il lampadario coi pendenti di cristallo, un divanetto e un tavolino che tavolino non è, ma due panche accostate e nascoste da una tovaglia. Un cucina piccola, sul lato sinistro della stanza, e una dispensa bassa con le tendine al posto degli sportelli perché prima era una libreria.

Lì vive, lavora e si muove con la grazia di un pettirosso la mia amica Irma, che ha tanti anni, poche rughe e una voce da bambina. E che quando arrivo mette su un po’ di musica.

Tira fuori la mia macchina, l’appoggia sulle panche che sono un tavolino e io comincio a cucire. Tra ritagli di stoffa e lavori da ultimare, lei ignora pazientemente tutte le mie insicurezze e mi incoraggia nella terribile arte del motore a pedale.

Una mattina si lavorava, io la ascoltavo darmi consigli e riflettere sui tempi che cambiano, quando scoppia un temporale. Sale di corsa al piano di sopra per chiudere le finestre e finalmente mi chiama, mi dice di salire. Avevo più volte cercato di immaginare, fare ipotesi, proiettare le sue stramberie anche lì su.

Salgo in un attimo e mi dice di avvicinarmi. Da lì, da quella finestra di una vecchia casa, in alto nel borgo storico del mio paese, si affacciava la distesa livida e tempestosa del mare, col cielo scuro che sembrava cascargli addosso. Siamo rimaste un attimo in silenzio, poi mi ha chiesto di restare lì a lavorare, con la sua macchina. Mentre è scesa a prendere il necessario, mi sono guardata intorno. Una stanza divisa in due da un paio di pannelli di compensato, verniciati di bianco e tenuti insieme da vecchie cerniere e qualche martellata di chiodi. Da una parte la camera da letto, con un’altra finestra sul mare, e dall’altro il suo spazio di lavoro. Una macchina per cucire di quelle storiche, di ghisa, e una sedia di legno scuro senza alcun comfort. Poi l’asse da stiro: uno scaffale riadattato, imbottito, ben sistemato per l’uso. Tutt’intorno stampelle appese con casacche accorciate, gonne ristrette, vestiti e maglie su misura.

Mi fa: “Siediti pure lì, con questa lavoro io e ti faccio vedere qualcosa di nuovo”. Io mi siedo lì, un fustino del Dixan. “Tranquilla che resiste, mettiti bene il cuscino per stare più comoda.”

La guardavo lavorare, annuivo alle sue spiegazioni, ma non c’ero più.

Immaginavo lei e sua sorella e la mamma e il papà, abitanti un tempo tutti quanti di quel luogo incantato. Immaginavo, non so perché, i loro capelli, le trecce da rifare al mattino, i sali e scendi per quelle scale, le bambole, alcune ancora presenti, lì intorno, coi vestiti cuciti a mano.

Guardavo il pavimento, uguale a quello di mia nonna e ripensavo alla cucina, alla spesa lasciata sul tavolo, al sugo che bolliva per ore in pentola e le spolverate di farina sul tavolo.

Tornavo al presente solo quando lei si girava a guardarmi coi suoi occhi vivaci. O per risistemarmi il cuscino.

Così è qui che svelo un altro mio segreto, di quando ogni tanto al mattino sparisco, rapita, incantata dalle mani abili di una vecchina, dalla sua voce allegra e da una casa di meraviglie. Ancora e sempre intimorita dal motore a pedali della macchina per cucire, da un nuovo mestiere che chissà se sarà mai veramente il mio, alla ricerca però sempre di una strada di gioia e colore.

La ricetta che vi lascio viene da una nonna e la racconta Giulia. Per me è spuntino, a volte, ma accompagnato con un po’ di verdura diventa volentieri anche pranzo, quando di ritorno mangio in fretta e alla ricerca di sapori intensi.



















Ingredienti
pane toscano (o un pane casereccio della propria regione)
burro
acciughe sotto sale o sott'olio
capperi (pure, sotto sale o aceto)

Imburrate ben bene il pane, tostato o fresco, come più vi piace. Disporre le acciughine sott'olio (se usate quelle sotto sale, ricordarsi di lavarle) e uno o due capperini per fetta. Fatto. 

2 marzo 2015

Le mattine di pioggia.


M'incammino a passo svelto. Il tempo è poco.  Salgo la scalinata esterna e vado direttamente al primo piano, dove trovo quello che mi serve e raramente s'incontra qualcuno. E' il piano della biblioteca che frequentavo solo a pochi giorni dall'esame. Perchè al piano terra ci si va sì per leggere e studiare, ma anche per incontrare gli altri, scambiare due parole, uscire nel patio per una pausa.
Mi siedo, c'è un caldo confortante, scelgo un posto vicino alla finestra e mi tolgo la giacca bagnata. Vado dritta allo scaffale e recupero libri di arredamento o architettura, di quelli che abbiano più immagini possibile. Li metto uno sull'altro sul tavolo e comincio. Guardo foto e figure, sfoglio, torno indietro, mi fisso su qualcosa in particolare: qualche dettaglio, la luce o la mancanza di essa, un paesaggio di sfondo, materiali e colori, qualche didascalia. E continuo a sfogliare attenta e a mettere da parte quelli già visti, fino a che la pila che mi ero preparata non scompare, sparpagliata sull'altro lato. 
Tempo scaduto. Sistemo i libri nello scaffale, mi rivesto ed esco, aprendo l'ombrello mentre scendo la vecchia scalinata col muschio ai lati dei gradini e mi lascio alle spalle il mio mondo di figure.
E' un posto segreto, il rifugio in qualche mattina di pioggia. I libri che mi preparo sul tavolo cominciano ad essere tutti già visti, ma ogni volta io li guardo assorta, vicino alla finestra coi vetri bagnati.

E tornata a casa, se posso, preparo biscotti.
 


















ingredienti
un rotolo di pasta frolla già pronta
una tavoletta di cioccolato con scorzette di arancia
una tazzina di latte o un tuorlo

Frammentate la tavoletta di cioccolato in tanti piccoli pezzi. Stendete il rotolo di pasta frolla e ricavatene dei dischi con un tagliabicotti o un bicchiere. Disponete poi su ogni disco qualche pezzetto di cioccolata, spennelate i bordi con un po' di latte o un tuorlo sbattuto e chiudete a mezzaluna preendo leggermente per far aderire, spennellando infine la superficie con il latte o il tuorlo rimasti. Cuocete in forno preriscaldato a 180°C per circa 10 minuti.

8 gennaio 2015

In ogni mela c'è una stella.

Daccordo, non giriamoci intorno: è una vita che non mi siedo davanti a questa tastiera e mi metto a raccontare. 
Dall'ultima volta ho cambiato casa e città. Sono avvenuti fatti complicati, alternati a momenti di routine casalinga non proprio all'altezza di Wisteria Lane. Giornate in cui di fronte al dubbio sul tacere o scrivere come un fiume in piena ha vinto una pausa di silenzio. 
Sono tornata a vivere da dove ero venuta, in una casa grande e luminosa a pochi passi dal mare. Coi pavimenti di marmo degli anni '60, le lampadine al soffitto ancora nude, il bagno con una vasca romantica sotto la finestra, il panorama sulle colline, gli infissi un po' rattoppati. Sul condominio, invece, meglio tacere.

Ho cambiato casa e città, ma io non sono cambiata. Conservo gli stessi impulsi ad accendere il forno quando saggezza vorrebbe che mi fermi un attimo, sogno sempre di vivere in un altro paese, tra i buoni propositi dell'anno c'è l'inglese e vorrei ancora scrivere per lavoro. 
Cucino a volte per dovere, a volte spinta dalla voglia di sentire che mi piace, che posso essere creativa e che una cosa nuova messa sulla tavola a cena ci mette il buonumore. Per poi dimenticare ogni volta di scattare una foto in modo da potervela raccontare.
Tutto intorno si sta riempiendo a poco a poco di noi, dei libri e dei giochi in giro per casa, del profumo di un dolce con la farina di castagne di cui siamo diventati dipendenti, dei capricci e dei malumori, degli scherzi e delle risate, di stanchezze e ripartenze.
Ho una gran voglia di contatti, connessioni virtuali, vita sociale gomito a gomito e allo stesso tempo penso che è arrivato il momento di cominciare a ricostruire uno spazio mio, che amo ancora da matti andare al cinema da sola nel primo pomeriggio, che quando la casa è vuota si sta troppo bene per sprecare il momento altrove.
Sono attaccata alla luce che il mattino inonda la casa, al silenzio di certi momenti, alle pareti ancora vuote mentre elaboro progetti su come riempirle. 
E i progetti in testa non mancano mai, solo che ultimamente semplifico tutto all'osso perchè forse non c'è sempre bisogno di caricarsi di grandi imprese per crescere e migliorare. 
A volte basta un colpo di fulmine e non se ne parla più.
Come per questa mela. La mia amica dello yogurt ha fatto di nuovo breccia in me, mostrandomi come mangia la mela il suo bimbo, alla scuola Steiner.
Da allora Ingrid mi chiede la mela con la stellina dal primo mattino, prendendola con entrambe le maninine e occhi e bocca spalancati. 
Sei un genio, signor Steiner!

 

ingredienti
una mela profumata e croccante

Lavare la mela e tagliarla nel senso della larghezza, in orizzontale. Al centro apparirà la stella dei semini che andranno tolti e, in caso la mela non sia biologica o si preferisca per gusto, togliere anche la buccia.

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